(AVInews) – Perugia, 11 mar. – “Se vince il No si riconferma il fatto che in questo Paese i cittadini vogliono che la Costituzione venga applicata e non modificata. Sarebbe sicuramente un messaggio forte per il cambiamento delle politiche economico-sociali, a partire da una vera lotta all’evasione fiscale, a partire dai giovani che non possono continuare a essere precari e scappare da questo Paese, a partire da un non più rimandabile aumento dei salari, visto che le persone non arrivano a fine, a partire da quegli investimenti necessari per creare quel lavoro che oggi non c’è e che porta tantissimi giovani ad andarsene da questo Paese”. In una sala dei Notari gremita da alcune centinaia di persone, il segretario generale della Cgil ha ribadito le motivazioni del “No a una giustizia debole con i forti e forte con i deboli”, così come recitava il titolo dell’incontro pubblico organizzato dalla Cgil Umbria a Perugia nella mattinata di mercoledì 11 marzo. Una tavola rotonda promossa dall’organizzazione sindacale in vista dell’ormai prossimo referendum del 22 e 23 marzo a cui, dopo l’introduzione della, segretaria generale della Cgil Umbria, Maria Rita Paggi, sono intervenuti, insieme a Landini, Daniela Padoan, presidente di Libertà e giustizia, Mauro Volpi, coordinatore del Comitato provinciale per il No di Perugia, e Alessio Pressi, coordinatore del Comitato provinciale per il No di Terni.
“La Cgil – ha ricordato Paggio in apertura dei lavori – è qui per sostenere il No al referendum perché questa è la scelta che va nell’interesse dei lavoratori. Abbiamo infatti bisogno di una giustizia libera, che sia in grado di difendere anche le persone che non possono permettersi grandi collegi di difesa, mentre questa riforma non fa l’interesse delle persone e non migliora il funzionamento della giustizia, ma interviene solo per mettere sotto controllo l’operato dei magistrati”.
“Dire No al referendum – ha affermato su questo anche Landini – vuole dire riaffermare i valori della nostra Costituzione. Questo referendum, infatti, con la riforma della giustizia non ha nulla a che fare. Il governo lo ha voluto soltanto per limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, perché ha un’idea che non è quella di governare, ma di comandare. Chi governa realmente un Paese non dovrebbe avere paura di chi fa rispettare le leggi e del rispetto delle regole. Per noi è necessario riaffermare i valori della nostra Costituzione per affrontare i veri problemi delle persone che non arrivano alla fine del mese, che hanno salari bassi, e vedono l’inflazione crescere. C’è bisogno di investire non sulla guerra, ma sul lavoro delle persone”.
“Se si vuole far funzionare meglio la Giustizia – ha poi specificato –, il problema da risolvere è quello delle assunzioni e degli investimenti per far funzionare il sistema. Di questi problemi il referendum invece non parla. Del resto sono gli stessi promotori e sostenitori che lo stanno dicendo in modo molto esplicito. Il ministro e il governo dicono esplicitamente che la volontà è un’altra. In questo momento il no è il modo per dire che bisogna attuare la Costituzione e non stravolgerla né metterla in discussione”.
Alla conseguente domanda su a chi ha giovato politicizzare il referendum, queste sono state le parole del segretario della Cgil: “Politicizzare il referendum è stata una scelta del governo. È stato il governo che ha voluto questo referendum presentando una legge senza permettere al parlamento di fare alcuna discussione. Si sta cercando di imporre un cambiamento della Costituzione, ben sette articoli, senza dibattito. Sulla difesa della Costituzione la Cgil è sempre stata coerente: la Costituzione viene prima dei governi. L’abbiamo difesa quando la voleva cambiare Berlusconi e il centrodestra, così come quando la voleva cambiare Renzi e il centrosinistra. Oggi confermiamo questa scelta, contro tutti quei governi che pensano che per comandare meglio si debba cambiare la Costituzione, e dalla parte di chi invece la difende”.
Poi, in merito alle dichiarazioni del capo di gabinetto del ministero della giustizia, Giusi Bartolozzi, che aveva definito la magistratura “un plotone d’esecuzione”, così ha commentato Landini: “Sono dichiarazioni che si commentano da sole. Sono pericolosissime e assolutamente sbagliate. Parlare a Palermo di una magistratura come di ‘un plotone d’esecuzione’, in un luogo dove abbiamo magistrati che ci hanno rimesso la vita per fare una battaglia e per affermare il valore della democrazia e della libertà contro le mafie, credo che sia un insulto ai valori della democrazia. Le dichiarazioni fatte indicano la voglia di comandare, non avendo limiti e pensando che chi comanda può fare quello che gli pare. Questo non funziona. In questo modo non si risolvono i problemi delle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare. In questo modo si tenta di tutelare quelli che hanno più forza e che non rispettano le regole. Da questo punto di vista noi invece vogliamo affermare il valore del lavoro, dei diritti e soprattutto stare dalla parte di chi sta peggio”.
Nicola Torrini