(AVInews) – Perugia, 23 mar. – Un viaggio dentro il modo tutto italiano di leggere, deformare e trasformare il male, tra narrazioni, paure e archetipi. Di questo si è discusso nel panel dal titolo ‘Il Bel Paese e i suoi mostri: come la cultura italiana interpreta e trasforma il male’, organizzato dall’associazione Una Mente per amica, sabato 21 marzo, nell’ambito di Alibi, festival di ‘dialoghi e narrazioni in giallo’.
Ad aprire l’incontro è stata la presidente Ganka Avramova, che ha sottolineato la centralità culturale del tema: “Viviamo in un Paese in cui il crimine non è solo un fatto di cronaca: è un racconto, un’emozione collettiva, uno specchio delle nostre paure. I ‘mostri’ che popolano la narrazione pubblica non sono solo criminali: sono figure simboliche che riflettono fragilità, pregiudizi e tensioni sociali”. Avramova ha inoltre ringraziato Rai Umbria e il direttore Giovanni Parapini “per la fiducia e l’attenzione costante verso i temi della salute mentale e del benessere collettivo”, riconoscendo il ruolo cruciale dei media nel promuovere narrazioni responsabili.
“La nostra associazione – ha ricordato Avramova – nasce con un obiettivo preciso: riportare la salute mentale al centro della vita pubblica, non come emergenza o tabù, ma come parte integrante della cultura e della cittadinanza. La salute mentale è un fatto sociale, culturale e comunitario: riguarda tutti noi, il modo in cui viviamo, comunichiamo, costruiamo significati. La partecipazione all’Alibi Festival si inserisce pienamente in questa missione”.
Il panel, moderato dal giornalista Alessandro Orfei, ha riunito quattro professionisti che hanno esplorato, da prospettive diverse, come il Bel Paese costruisce i propri ‘mostri’ e come questi influenzino emozioni, comportamenti e percezioni collettive: Francesco Cappelletti, media analyst di Netflix, Lorenzo Mencaccini, autore e ricercatore, Federico De Salvo, psicoterapeuta, e il generale dell’Arma dei Carabinieri, avvocato Paolo Picinelli.
Cappelletti ha analizzato come in Italia il crimine diventi racconto totale: talk show, prime serate e opinionisti trasformano i casi in saghe, generando archetipi. Dal Mostro di Firenze alla ‘madre impossibile’ di Cogne, fino alla ‘psicologia pop’ dei casi più recenti, Cappelletti ha mostrato come nascono gli archetipi del male e come la serie Il Mostro di Sollima rappresenti un cambio di paradigma, restituendo complessità e dignità alle storie.
Mencaccini ha esplorato perché alcuni delitti diventano ossessioni nazionali. L’Italia, segnata da una lunga storia di diffidenza, tra terrorismo, mafia e scandali, tende a preferire il mistero alla soluzione. Bias cognitivi come il confirmation bias e il bisogno del colpevole alimentano narrazioni che rispondono più alle paure che ai fatti.
De Salvo ha illustrato come i grandi casi di cronaca generino traumi collettivi, alterando la percezione del rischio e la fiducia sociale. I delitti che coinvolgono minori amplificano ansia e ipervigilanza. I social network contribuiscono alla diffusione di sospetti, polarizzazione e ‘detective da tastiera’.
Picinelli, infine, ha affrontato il tema del rapporto che l’Arma dei Carabinieri ha con i giornalisti che affrontano i casi di cronaca e l’impatto psicologico che questi casi hanno sugli operatori, dal burnout, allo stress vicario fino al trauma secondario. “Dobbiamo collaborare tutti – ha detto Picinelli – forse dell’ordine, media e istituzioni per costruire narrazioni responsabili che proteggano la fragilità invece di trasformarla in spettacolo”.